Fauna e roccoli a Monte Ortone
I roccoli dei Colli Euganei sono antiche strutture utilizzate per la cattura degli uccelli migratori, testimonianza di una tradizione secolare basata sulla profonda conoscenza delle rotte migratorie e dei cicli della natura.
Roccoli
Il paesaggio dei Colli Euganei custodisce tra le sue pieghe più panoramiche le tracce di un’architettura antica e ingegnosa: il roccolo. Il termine stesso, che sembra evocare la forma rotonda della struttura dal latino rotulus, ci parla di una pratica storica radicata nel tempo, dove l’uccellagione non era una semplice attività venatoria, ma una sfida di astuzia basata su un complesso sistema di richiami e inganni. Queste strutture sorgevano solitamente su alture isolate o selle boscose, punti strategici che fungevano da passaggi obbligati per gli uccelli migratori provenienti dal nord Europa.
Al centro di questo scenario si ergeva la torretta in muratura, una roccaforte di tre piani che costituiva il cuore pulsante dell’attività. Mentre il pianterreno fungeva da deposito per le gabbiette e i richiami vivi, l’ultimo piano era il regno del “rocolaro”, l’esperto uccellatore che manovrava l’intero sistema da un’ampia feritoia dominante. Davanti alla torre si apriva uno spiazzo curatissimo, circondato dall’arconà, un corridoio arcuato formato da fitti filari di carpino bianco che nascondeva un sistema di reti finissime. Gli alberi circostanti venivano appositamente potati a candelabro e mantenuti bassi per invitare gli stormi a posarsi, attratti dal canto d’amore dei richiami nascosti nel folto della vegetazione.
L’inganno si compiva attraverso una vera e propria messa in scena teatrale. Se gli uccelli si mostravano diffidenti, il rocolaro azionava lo zùgolo, uno zimbello che simulava il movimento festoso di altri volatili per rassicurare lo stormo. Una volta che gli uccelli si erano posati, scattava la trappola: il lancio del ludro, un bastone roteante che proiettava un’ombra simile a quella di un falco, accompagnato da un fischio stridente ottenuto dal femore di una lepre. Terrorizzati, gli uccelli cercavano la fuga verso la luce che filtrava tra gli alberi, finendo inevitabilmente per restare impigliati nelle reti a maglie strette dell’arconà.
Questa tradizione, che tra il Settecento e l’Ottocento divenne anche un raffinato passatempo per nobili proprietari di ville come i Papafava o i Contarini, rappresentava per le popolazioni locali un’importante fonte di sussistenza e integrazione economica. Oggi, sebbene la caccia nei roccoli sia terminata da decenni, queste torrette solitarie, come il Roccolo Bonato o quello delle Terre Rosse, rimangono sentinelle silenziose di un passato in cui l’uomo leggeva i segnali del cielo e del bosco con estrema precisione. Passeggiare tra queste vestigia significa riscoprire una cultura fatta di destrezza e profonda conoscenza dei cicli naturali.
L’Inganno dei roccoli: un’arte sottile tra i colli
Il roccolo non è solo un edificio, ma una complessa testimonianza storica di un’epoca in cui l’uomo viveva in simbiosi con le rotte del cielo. Costruito spesso su selle tra due colli boscosi o pianori isolati che si affacciano sulla pianura, il roccolo occupava i passaggi obbligati per gli uccelli migratori che arrivavano dall’Europa centro-settentrionale seguendo rotte di nord-est.
La Scena del Raggiro: immaginiamo di trovarci davanti a questa struttura: un’altura circondata da uno spiazzo semicircolare alberato, chiuso dalla tesa (un corridoio arcuato chiamato arconà) lungo circa 80 metri e coperto di frasche. All’esterno del corridoio, il terreno era tenuto sgombro per creare l’illusione di un grande spazio aperto e rassicurante. L’inganno iniziava attirando i volatili con il canto fuori stagione degli uccelli chiusi in gabbia e nascosti tra le fronde. Se lo stormo era diffidente, il “rocolaro” muoveva lo zùgolo (uno zimbello) dalla finestra della torre: alcuni uccelletti legati a un paletto, sentendosi strattonati, iniziavano a svolazzare dando l’illusione di una “bella festa movimentata”.
Il Momento della Cattura: quando un numero sufficiente di uccelli si posava sugli alberi, scattava l’azione finale: il lancio del ludro, un bastone uncinato bilanciato da un rovo intrecciato che, roteando nell’aria, proiettava un’ombra simile a quella di un falco. Questo effetto terribile, accompagnato da uno strillo sibilante emesso con un fischietto ricavato dal femore di una lepre, spingeva lo stormo a fuggire verso il basso. Gli uccelli finivano così contro le reti dell’arconà: attraversavano la prima maglia larga ma restavano impigliati in quella interna, finissima, che si piegava a sacco togliendo ogni scampo.
Un Calendario di Specie e Tradizioni: il passo migratorio dettava i ritmi della stagione, da settembre a novembre inoltrato. I primi ad arrivare erano i più sensibili al freddo come beccafichi e capinere, seguiti a ottobre dai tordi sasselli, dai fringuelli e dai frosoni, fino alle cesene che giungevano con i primi freddi invernali. Questa pratica non era solo una fonte di sostentamento per gli abitanti dei Colli — che vendevano gli uccelli vivi per richiamo o quelli morti per lo spiedo — ma divenne anche una passione per la nobiltà. Grandi famiglie come i Papafava a Frassanelle o i Contarini al Castelletto fecero dei roccoli luoghi di villeggiatura autunnale, dove la passione per una caccia tecnica si univa al piacere della convivialità in luoghi rustici ma decorosi.
Uccelli dei Colli Euganei tra settembre e novembre
Il passo degli uccelli migratori iniziava a settembre e, secondo le specie e l’andamento climatico, durava normalmente fino a novembre inoltrato. Arrivavano per primi i più sensibili al freddo: i becafighi (beccafichi), in viaggio verso i quartieri di svernamento a sud del Sahara, i cainegri (capinere), gli s’ciarànti (verdoni). Verso ottobre comparivano il tordo sisìn (tordo sassello), i tordi da ùa (tordo bottaccio), i finchi (fringuelli), i frisòni (beccofrusone). Poi venivano i tordi gadhari (tordella) e i merli de montagna (merlo dal collare). Seguivano le tordìne (prispolone), le fiste (pispole) e subito dopo era il passo delle lòdoe (allodole) . Gli ugarìni (lucherini), comparivano a gruppetti, sempre nella seconda domenica di ottobre; verso la fine del mese iniziavano i montani (peppole).
I frisòni si presentavano da soli, gli s’ciarànti a coppie, i finchi in gruppo, i montani addirittura a nuvole.
Andando avanti con la stagione cominciavano le sperònsoe (cinciallegre), gli océti de bo’ (codibùgnoli) i raséti (scriccioli). Per ultime le gazanèe (cesene), che arrivavano con il freddo, quando erano cadute le foglie dagli alberi.
Lista degli uccelli sui Colli Euganei
Beccafichi
Capinere
Verdoni
Tordo Sassello
Tordo Bottaccio
Fringuello
Beccofrusone
Tordella
Merlo dal collare
Prispolone
Pispola
Allodole
Lucherino
Peppola
Cinciallegra
Codibùgnolo
Scricciolo
Cesena
