Musealizzazione della torre di Tribano

Catalogazione di reperti ceramici di produzione veneta rinvenuti nel fiume Adige tra il XIII e il XVIII secolo

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musealizzazione torre tribano

La ceramica

Con il termine ceramica (dal greco kéramos = argilla, stoviglia) si intende ogni prodotto ottenuto modellando un impasto argilloso sottoposto poi a cottura per essere trasformato in oggetto di uso pratico od ornamentale.

La scoperta della ceramica risale al neolitico, quando l’uomo, già conoscitore del fuoco, diventa pastore ed agricoltore e si organizza nei primi villaggi. Da allora la ceramica ha accompa­gnato la storia dell’uomo risultando presente in tutte le culture ed in ogni parte della terra.

L’argilla, un prodotto dell’alterazione delle rocce primarie, è abbondante in natura e di facile reperibilità. Le sue caratteristiche chimico-fisiche ne fanno un materiale estremamen­te plastico, plasmabile, ideale per ricavarne una svariatissima gamma di forme e quindi di oggetti diversi.

Con la cottura la forma viene fissata in maniera permanente ottenendo un materiale inerte, di una certa fragilità, ma resistente all’aggressione de­gli agenti chimici e atmosferici, perciò non facilmente deperibi­le a differenza di quanto succede per gli oggetti di origine organica (legno, cuoio ecc.) né soggetto a corrosione come succede per i metalli. Perciò la ceramica ha sempre trovato larghissimo impiego nella vita quotidiana fin dalla sua scoperta.

Sia impiegata come uten­sile, sia come oggetto di espressione artistica o religiosa, la sua presenza negli insediamenti umani costituisce una fonte di documentazione importante, talvolta essenziale, per studiare, co­noscere e capire le usanze, le condizioni di vita, il livello culturale e tecnologico di una civiltà.

L’arte del vasaio

Alla base della produzione della ceramica c’è l’argilla.

Questa materia viene estratta dalle cave o raccolta nei pressi dei fiu­mi, dove è depositata a seguito del passaggio di acque torbide, per poi essere sottoposta a quei trattamenti che ne consentiranno la lavorabilità. Mescolata ad acqua in opportune vasche, viene lasciata decantare e passata al setaccio per essere liberata dalle impurità, lasciata asciugare fino ad assumere una conveniente consistenza plastica, sarà accuratamente pestata e impastata per liberarla dalla presenza di bolle d’aria e renderla omogenea e plasmabile; se necessario viene miscelata con opportuni smagranti quali sabbia o polvere di marmo per migliorarne la lavorazione e diminuire il ritiro dei pezzi nella fase di essiccazione.

La foggiatura degli oggetti può avvenire in modi diversi a mano o al tornio o anche a stampo.

Partendo da una palla di argilla si possono preparare dei cordoni che, sovrapposti ad anello o avvolti a spirale, vengono poi pressati con le mani per ottenere una su­perficie continua nella forma e nelle dimensioni volute (tecnica a lucignolo usata fin dalla preistoria).

La palla di argilla viene fatta ruotare ad alta velocità sul disco superiore del tornio (la cui presenza è documentata già nelle civiltà mesopotamiche e nella valle dell’Indo più di 5000 anni fa ) azionato con il piede dallo stesso vasaio che con le mani tira su il vaso nella forma desiderata, carat­terizzata da una perfetta simmetria e spessore omogeneo. Il pezzo viene staccato passando un filo tra la base dell’oggetto e il piatto di lavoro, per essere posto ad asciugare. Successivamente si interverrà con operazioni di finitura e potranno essere ag­giunti manici, beccucci od altri dettagli foggiati a parte, ed eseguite eventuali decorazioni a crudo.

A stampo si possono riprodurre in serie vari oggetti, pressando l’argilla plastica in forme in gesso appositamente predisposte e riutilizzabili.

Una volta sottoposti ad una essiccazione lenta in ambienti appro­priati, per evitare che un ritiro troppo brusco provochi deformazioni e rotture, i pezzi sono stipati in forni idonei, dove una cottura a 800-900 °C assicura al prodotto le qualità proprie delle terrecotte.

Specialmente per i recipienti, la caratteristica porosità dell’impasto può essere eliminata con l’invetriatura secondo un procedimento sviluppato in medio Oriente e diffuso nelle regioni del Nord Italia a partire dai primi secoli dopo il Mille.

Si opera sul biscotto, ossia sul pezzo già sottoposto ad una prima cottura, e lo si passa in una sospensione acquosa di polvere finissima a base di ossido di piombo e sabbia silicea che aderisce così sulla superficie. Con una seconda e definitiva cot­tura del pezzo, la polvere fonde dando luogo ad un sottile strato vetroso lucido e trasparente, perfettamente aderente, resistente e impermeabile. La vetrina può essere colorata aggiungendo alla composizione di base pigmenti di origine minerale, come il giallo ferraccia ricavato dalla ruggine (quella delle ancore delle navi era preferita) e il verde ramina a base di ossido di rame.

Un risultato qualitativamente superiore con una migliore resa cromatica fu conseguito con l’introduzione della tecnica dell’ingobbiatura: questa consiste nell’immergere l’oggetto es­siccato in un’emulsione di argilla chiara (terra di Vicenza) in modo da lasciare una pellicola sottile ed uniforme, detta ingob­bio, che, coprendo le imperfezioni e riducendo la porosità della superficie, la rende particolarmente adatta a ricevere successive decorazioni pittoriche.
Sulla superficie ingobbiata possono anche essere realizzate inci­sioni sottili o asportate parti di superficie mettendo a nudo la colorazione della terra sottostante con notevole effetto esteti­co, secondo la tecnica detta del graffito, molto in uso nell’I­talia settentrionale e particolarmente nel Veneto e nell’Emilia-Romagna, a partire dalla fine del Trecento fino a tutto il Seicen­to ed oltre. Dopo la prima cottura sulla superficie ingobbiata, graffita o non, si eseguono decorazioni pittoriche con ossidi metallici. Ai primitivi pigmenti verde ramina e giallo ferraccia si aggiunsero il manganese, con tonalità variabili dal nero, al bruno intenso e al viola, il blu cobalto e il giallo antimonio. La ceramica ingobbiata, dipinta ed invetriata, è nota anche come mezza maiolica. 
Il termine maiolica è riservato a quei prodotti ceramici dove la vetrina è opacizzata con l’aggiunta di ossido di stagno, conferendo alla superficie un aspetto bianco lattiginoso (lo smalto) ideale per ricevere decorazioni pittoriche di grande finezza.

Come in varie parti del Veneto, anche nel nostro territorio è do­cumentata la presenza di scudelari e bocalàri già nel medioevo, come dimostrano anche i diversi ritrovamenti avvenuti nel corso di sterri o nei corsi d’acqua.

Tutte le ceramiche esposte fanno parte di una collezione privata.
Luigi Polo.

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